domenica 1 gennaio 2017

Cercare il buon tempo. Navigli lombardi

di Giulia Cocchella




Se hai una nuvola sulla testa, non cercare di spostare la nuvola: sposta la tua testa! Anch'io che per costituzione tendo a fare a pugni con le nuvole, in bicicletta sono più docile. Poi ormai è tradizione: Natale, o Santo Stefano, se in Liguria c'è Scirocco, si girano le ruote e si va in Lombardia.
Decidiamo di percorrere il Naviglio Grande da Milano ad Abbiate Grasso, poi quello di Bereguardo, fino a raggiungere Pavia per strade secondarie. Sono una settantina di chilometri di pianura perfetta.


Scendiamo a Milano Centrale, attraversiamo il centro con una fermata d'obbligo davanti al Duomo - che credo di vedere per la prima volta con la facciata interamente sgombra dai ponteggi - e raggiungiamo la Darsena. Il cielo è terso, ha quel colore tipico che solo d'inverno, e solo qui, col buon tempo. 



Dopo un breve tratto di strada in strettissima condivisione con i pedoni, superato Corsico, arriviamo alla Casa dell'acqua di Trezzano sul Naviglio e riempiamo le borracce.
Il panorama si fa via via più naturale quanto più ci allontaniamo dalla città. Questa progressiva semplificazione del paesaggio, questo suo scrollarsi di dosso le case e ritrovare i colori della terra e dell'erba, mi piace al punto che ci farei un catalogo. Un album, un campionario dei luoghi di transizione. Non perché siano belli di una bellezza canonica, assoluta, ma perché mi sembra che custodiscano il segreto della trasformazione: se li percorri in un senso ti raccontano il formarsi delle città, l'urbanizzazione, talvolta l'eccesso, se scegli il senso opposto allora ti svelano il ritorno alla vita dei campi, ti spiegano com'era, com'è ancora o come si potrebbe. E a guardare bene, a cercarla con attenzione, si trova anche la misura, la portata massima del fiume, per così dire.




Superata la Chiesa di S. Invenzio a Gaggiano, si attraversa un ponte e la ciclabile prosegue sul lato sinistro del naviglio.


  




Ci fermiamo a mangiare i panini vicino ad Abbiategrasso, ma ripartiamo in fretta perché fa freddo. Imboccata la ciclabile del Naviglio di Bereguardo, il panorama si fa subito più verde, nonostante la stagione: a sinistra il naviglio con le sue chiuse, tutto attorno i campi. Qui mi accorgo che mi ha telefonato Gilda e la richiamo. Sei a Milano? Me lo sentivo che saresti venuta da queste parti! Anch'io ho fatto un giro in bici oggi! Ma che bello sentirsi, peccato essersi solo sfiorate, a così breve distanza. La prossima gita la progettiamo insieme! E per un attimo non sento più freddo, torna il sole della Puglia sulla pelle, ho due anni in meno, io e Gilda siamo al telefono in costume e penso che bella, bella, bella l'amicizia, anche quella nata in un attimo in due settimane di vacanza condivisa, che però ti spalanca un sorriso solo al pensiero di incontrarsi di nuovo. E quando metto giù, rivedo il naviglio, il cielo terso che si riflette liquido nell'acqua, Ale in bici poco distante e mi investe un'onda lunga di gratitudine: l'amicizia è una famiglia meravigliosa.







Facciamo una piccola deviazione, girando a destra verso l'Abbazia di Morimondo.
Nonostante abbia già percorso questa ciclabile due anni fa - con Ilaria, ma da Pavia verso Bereguardo, cioè nel senso opposto - non ho mai fatto tappa qui. Come sempre, la deviazione regala sorprese.
L'Abbazia di Morimondo prima era una cascina, la trasformarono in chiesa i monaci cistercensi, nel XII secolo. Era il 4 Ottobre del 1134, i monaci fondatori venivano dalla casa madre di Morimond ed è lecito pensare che scelsero questo posto, tra le altre ragioni, per l'acqua e per il bosco. L'acqua serviva per coltivare e il bosco forniva la legna per riscaldarsi e per costruire: impossibile essere autonomi altrimenti. Con il legno furono costruite le centine a sostegno delle grandi arcate del cenobio




L'Abbazia anche oggi è bella in sé e per quello che c'è attorno.


Un galletto segnavento ritaglia la sua sagoma nell'orizzonte.




Un fuoriprogramma in mezzo ai campi mi regala una mappa naturale che si legge solo contro luce: dove porta? chi?



Proseguiamo per Bereguardo, trascinando insieme a noi i nostri riflessi nel naviglio. 




Poi il Ticino ci saluta così, come fosse niente, solo un piccolo spettacolo di colori raccolti prima che faccia buio.











sabato 30 luglio 2016

Cap Frehel, Lamballe, Rennes... ritornare

 di Giulia Cocchella

Bisogna fare un bel respiro, per ritornare. Riempire bene d'aria i polmoni - farla girare in ogni angolo nascosto della nostra geografia buia - ossigenare ancora una volta ogni cellula, ogni pensiero, quindi svuotarsi di tutto, espirare, restituire il mare al mare, la luce alla luce. 
Ogni viaggio lascia un'impronta interiore: il passo è già stato fatto, resta l'orma.


Plage de la Fosse non ne ha neanche una, quando io e Valeria arriviamo: le prime impronte sulla sabbia, se non si contano quelle gentili dei gabbiani, sono le nostre.




Una spiaggia così non l'abbiamo mai vista. Non servono molte parole: incontaminata.





La marea fa ritornare l'acqua dalla spiaggia al mare - il mare al mare - invertendo il ritmo dell'onda. Anche il mondo è capovolto nel suo riflesso.






Si trovano piume per scrivere sulla sabbia, collane che il mare regala alla vanità di chi passa.



Il cielo è ora sereno, ora scuro, il mare invita a bagnarsi ma fa freddo.




Le alghe disegnano sulla sabbia giganteschi segni di interpunzione che la marea cancellerà già stasera.







 

 



La scala si avvita, il panorama vacilla poi si ferma sulla riga dritta dell'Oceano.








Porte azzurre, serrature con chiavi rotonde che invitano a entrare. 
Qualche porta l'abbiamo lasciata chiusa, qualche altra ci si è spalancata davanti con la forza che solo i panorami all'improvviso...
Seguiamo i colori del tramonto, veloci, per non perdere neanche un lembo di cielo. E in cambio perdiamo la strada. 
Domani si farà giorno, e ritorno. Un bel respiro.